
È uno dei gesti più riconoscibili della nostra epoca: un dito sfiora lo schermo e ciò che stavamo guardando scompare verso l’alto, lasciando posto a qualcosa di nuovo. Lo ripetiamo sulle pagine web, sui social network, tra fotografie, notizie e video. Lo chiamiamo scrolling, tanto che ormai non abbiamo quasi bisogno di tradurre la parola. Eppure dietro questo gesto digitale si nasconde un oggetto antichissimo: il rotolo su cui si scriveva prima ancora che esistessero i libri come li conosciamo oggi.
La parola è tornata improvvisamente d’attualità con l’EU KIDS Act, la proposta adottata dalla Commissione europea il 17 settembre 2026 per rafforzare la protezione dei minori online. Tra le funzionalità su cui interviene il testo c’è proprio lo scrolling infinito, quello scorrimento continuo che permette di trovare sempre nuovi contenuti senza incontrare una vera fine della pagina.
Per capire perché lo chiamiamo così bisogna però abbandonare per un momento smartphone e computer. In inglese scroll indicava già nel Medioevo un rotolo di pergamena o di carta destinato alla scrittura. La parola è attestata intorno al 1400 in forme come scroule e scrowell e ha alle spalle l’anglo-francese e l’antico francese, dove termini affini indicavano pezzi, strisce o rotoli di pergamena.
Uno scroll, dunque, era qualcosa che si svolgeva progressivamente per poterne leggere il contenuto. Non si aveva davanti una pagina da sfogliare come quella di un libro moderno: il testo compariva man mano che il supporto veniva srotolato.
È qui che la distanza tra passato e presente diventa sorprendentemente piccola.
Quando l’informatica ha avuto bisogno di un verbo per descrivere il movimento con cui sullo schermo vengono mostrate parti successive di un contenuto, scroll era quasi perfetto. L’uso informatico del verbo, nel senso di mostrare progressivamente alcune righe alla volta su uno schermo, è documentato almeno dall’inizio degli anni Ottanta.
Il rotolo di pergamena era diventato un rotolo virtuale.
Naturalmente il gesto è cambiato. Per secoli erano le mani a svolgere materialmente un supporto; poi sono arrivati la barra di scorrimento, il mouse e la sua rotellina, il touchpad e infine il dito sullo schermo. L’idea linguistica che sta dietro all’azione, però, è rimasta sorprendentemente riconoscibile: una porzione del contenuto appare mentre un’altra scompare.
Anche l’italiano ha accolto senza particolari difficoltà questa famiglia di parole. Diciamo scrollare, fare scrolling, scrollare una pagina. E soprattutto abbiamo imparato l’espressione infinite scrolling o scrolling infinito, che descrive qualcosa di leggermente diverso dal semplice scorrimento.
In una pagina tradizionale, infatti, prima o poi si arriva in fondo. Lo scrolling infinito elimina proprio quel momento: nuovi contenuti vengono caricati mentre continuiamo a scendere. Non c’è più una fine naturale che suggerisca di fermarsi.
È esattamente questa caratteristica ad aver portato la parola dalle conversazioni sulla tecnologia alle notizie in prima pagina. L’EU KIDS Act include infatti tra le misure rivolte ai servizi utilizzati dai minori il divieto dello scrolling infinito privo di punti di interruzione, insieme ad altre funzionalità considerate capaci di favorire un utilizzo eccessivamente prolungato delle piattaforme.
La curiosità linguistica diventa così anche culturale. Una parola nata per indicare un oggetto materiale destinato alla scrittura è sopravvissuta alla pergamena, alla carta e perfino alla trasformazione del testo in pixel. Ma nel passaggio al digitale è accaduto qualcosa che i lettori degli antichi rotoli difficilmente avrebbero potuto immaginare.
Il loro scroll prima o poi finiva. Il nostro, almeno tecnicamente, può continuare all’infinito.
Perché diciamo “giallo” quando una storia diventa un mistero La parola “giallo” nasce come colore, ma in Italia è diventata sinonimo di mistero grazie alle celebri copertine dei romanzi polizieschi Mondadori. Da lì è passata al linguaggio comune e giornalistico, dove oggi indica casi oscuri, vicende irrisolte e storie che sembrano nascondere una verità.
Grazia: la parola che unisce perdono, bellezza e potere Una parola comune ma sorprendentemente complessa: dalla radice latina legata alla gratitudine fino al significato religioso e giuridico, “grazia” racconta il rapporto tra dono, clemenza, autorità e responsabilità.| Dizy © 2013 - 2026 Prometheo | Informativa Privacy - Avvertenze |