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Dal greco antico alle tonsille e agli utensili preistorici: la storia di un termine tornato nelle notizie grazie a una recente ricerca sui neuroni.


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Perché nel nostro cervello c'è una mandorla? L'origine sorprendente della parola amigdala


Quando avvertiamo un pericolo, il nostro cervello può reagire prima ancora che abbiamo compreso pienamente ciò che sta accadendo. Il battito cardiaco accelera, l'attenzione aumenta e il corpo si prepara ad affrontare la situazione. In queste risposte entra in gioco anche una piccola struttura cerebrale chiamata amigdala. Il suo nome sembra complicato, ma nasconde una curiosità sorprendente: amigdala è un'antica parola che significa semplicemente mandorla.

A riportarla al centro dell'attenzione è stata una ricerca della Northwestern University, ripresa dall'ANSA il 21 ottobre 2026, che ha individuato nei topi particolari neuroni dell'amigdala coinvolti nelle risposte difensive provocate da un cannabinoide sintetico in presenza di uno stimolo minaccioso. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Communications, contribuisce a chiarire alcuni meccanismi cerebrali legati alla paura e all'ansia, anche se i risultati sperimentali non possono essere automaticamente estesi agli esseri umani.

Ma perché una struttura così importante per le nostre emozioni porta il nome di un frutto?

La spiegazione risale al greco antico amygdálē, che indicava la mandorla. Da questa parola deriva il latino amygdăla, passato successivamente nel linguaggio scientifico e anatomico. Il nome non ha quindi nulla a che fare, almeno in origine, con la paura, l'ansia o il funzionamento della mente.

È stata semplicemente la forma a suggerire il nome. Le strutture che oggi chiamiamo amigdale cerebrali presentano infatti un aspetto che ricorda quello di una mandorla. Si trovano in profondità nei lobi temporali del cervello, una per ciascun emisfero, e comprendono diversi gruppi di neuroni collegati ad altre aree cerebrali.

C'è un dettaglio linguistico ancora più interessante: anche la parola italiana mandorla discende dalla stessa radice antica. Le due parole sono dunque parenti, ma hanno seguito percorsi differenti. Mandorla si è trasformata attraverso l'evoluzione della lingua parlata, mentre amigdala ha conservato una forma più vicina a quella latina, entrando stabilmente nel vocabolario della medicina.

Nel corso del tempo, questa piccola struttura è diventata particolarmente conosciuta per il suo coinvolgimento nei meccanismi della paura. Spesso viene descritta come una sorta di centralina d'allarme del cervello, capace di contribuire al riconoscimento dei segnali di minaccia e all'attivazione delle risposte difensive.

È un'immagine efficace, ma non racconta tutta la storia.

L'amigdala non è soltanto il luogo della paura. Partecipa a diversi processi legati alle emozioni, all'apprendimento e alla memoria. Contribuisce, per esempio, ad associare determinate esperienze al loro significato emotivo, rendendo più facile riconoscere situazioni che in passato si sono rivelate importanti, piacevoli o pericolose.

Se un'esperienza particolarmente intensa rimane impressa nella memoria, l'amigdala può avere un ruolo nel rafforzare quel ricordo attraverso le sue connessioni con altre strutture cerebrali. Allo stesso modo, può contribuire a farci riconoscere rapidamente uno stimolo che abbiamo imparato ad associare a un rischio.

Non agisce però da sola, né funziona come un semplice interruttore che accende e spegne la paura. Il suo comportamento dipende da reti di neuroni, connessioni e segnali che interagiscono con numerose altre regioni del cervello.

È proprio su alcuni di questi meccanismi che si è concentrata la ricerca americana. Gli studiosi hanno osservato che, nei topi esposti all'odore di un predatore, la somministrazione di un cannabinoide sintetico aumentava determinati comportamenti difensivi e modificava l'attività di un gruppo di neuroni dell'amigdala centrale, caratterizzati dall'espressione di una molecola chiamata somatostatina.

Intervenendo sperimentalmente su questi neuroni, i ricercatori sono riusciti a modificare alcune risposte di evitamento. I risultati suggeriscono quindi nuove possibilità per comprendere come determinate sostanze influenzino i circuiti cerebrali coinvolti nell'ansia, ma non rappresentano ancora una soluzione terapeutica per le persone.

La storia della parola, intanto, riserva un'altra sorpresa. Amigdala non indica soltanto una struttura del cervello.

In anatomia, il termine è stato utilizzato anche per le tonsille palatine, che proprio per la loro forma vengono chiamate amigdale palatine. In archeologia e nello studio della preistoria, invece, un'amigdala è un antico utensile di pietra scheggiata, generalmente appuntito e con una forma che ricorda ancora una volta quella di una mandorla.

Tre realtà apparentemente lontanissime, dunque, possono condividere lo stesso nome: una struttura cerebrale, un organo della gola e uno strumento utilizzato dagli esseri umani nella preistoria.

A unirle non è la funzione, ma una somiglianza visiva. È un esempio di come il linguaggio scientifico abbia spesso utilizzato oggetti familiari per descrivere realtà nuove o difficili da rappresentare.

Oggi, quando sentiamo parlare di amigdala, pensiamo soprattutto al cervello, alla paura e alle emozioni. Ma dietro questa parola rimane un'immagine molto più semplice e antica: quella di una mandorla.

Una somiglianza di forma che ha attraversato i secoli, conservandosi nel nome di una delle strutture più studiate delle neuroscienze.



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