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Dal recupero di capacità perdute alla correzione delle idee: storia, usi e sfumature di un verbo che cambia profondamente significato a seconda del contesto.


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Rieducare non significa soltanto “educare di nuovo”: la sfumatura che cambia tutto


A prima vista non sembra esserci nulla di minaccioso nella parola rieducare. C’è il verbo “educare”, preceduto da quel “ri-” che in italiano indica spesso un ritorno, una ripetizione, un nuovo inizio: rifare, rileggere, ricostruire. Eppure basta spostare rieducare dalla scuola alla politica perché il suo significato cambi atmosfera. Rieducare qualcuno può voler dire non soltanto educarlo di nuovo, ma pretendere di correggerne le idee.

La parola è tornata al centro dell’attenzione in questi giorni nella polemica tra Giorgia Meloni e Stefano Bonaccini. Al di là dello scontro politico e delle diverse interpretazioni delle dichiarazioni che lo hanno provocato, è interessante che proprio rieducare sia diventato uno dei termini più sensibili della discussione. Non è casuale: è una parola che porta con sé molto più di quanto dica la sua semplice costruzione.

Il verbo deriva naturalmente da educare, con l'aggiunta del prefisso ri-. Nel suo significato più immediato, rieducare significa sottoporre qualcuno a una nuova educazione, soprattutto quando occorre recuperare capacità, comportamenti o abitudini che si sono perduti o devono essere modificati.

Non c’è necessariamente, dunque, un significato negativo. Anzi, esistono ambiti nei quali la rieducazione è un concetto del tutto normale. Si parla per esempio di rieducazione motoria e funzionale dopo un trauma o una malattia. Anche la Costituzione italiana, all’articolo 27, stabilisce che le pene devono tendere alla “rieducazione del condannato”: in questo caso la parola esprime l’idea del recupero e del reinserimento nella società, non quella di una punizione aggiuntiva.

Il problema nasce quando cambia l’oggetto della rieducazione.

Se ciò che deve essere recuperato è un movimento compromesso dopo un incidente, il verbo appare quasi rassicurante. Se a dover essere “rieducato” è invece il modo in cui una persona pensa, giudica la realtà o compie una scelta politica, la stessa parola acquista immediatamente un significato diverso.

È qui che quel piccolo prefisso ri- rivela una conseguenza implicita: per rieducare qualcuno bisogna ritenere che la sua educazione attuale, almeno sotto un certo aspetto, non sia adeguata. C’è quindi un punto di partenza considerato sbagliato e, soprattutto, una direzione verso la quale correggerlo.

Nella normale conversazione questa sfumatura può essere debole o perfino assente. Nel linguaggio politico, invece, diventa potentissima perché tocca una questione essenziale: chi stabilisce quale sia il pensiero da correggere e quale quello corretto?

La storia del Novecento ha ulteriormente appesantito il termine. In diversi regimi autoritari e totalitari l’idea della “rieducazione” è stata associata alla trasformazione ideologica dell’individuo, attraverso istituzioni, campi, detenzione, lavoro forzato o programmi destinati a ricondurre le persone verso comportamenti e convinzioni approvati dal potere. Espressioni come “campi di rieducazione” hanno così lasciato nella parola un’eco che va ben oltre il significato letterale di educare nuovamente.

Questo passato spiega perché rieducare, applicato agli avversari o agli elettori, possa suonare molto più aggressivo di verbi apparentemente vicini come convincere, persuadere o perfino correggere. Chi cerca di convincere riconosce, almeno linguisticamente, un interlocutore al quale presentare argomenti. Chi vuole rieducare parte invece dall’idea che qualcosa debba essere rimesso nella giusta direzione.

Naturalmente il significato concreto dipende sempre dal contesto. Una parola può essere pronunciata ironicamente, attribuita polemicamente all’avversario, usata come provocazione oppure scelta nel suo senso più neutro. Proprio per questo, quando entra nel confronto politico, conta non soltanto ciò che significa nel dizionario, ma anche ciò che suggerisce a chi la ascolta.

Ed è forse questa la caratteristica più interessante di rieducare: grammaticalmente è una parola semplicissima. Un prefisso e un verbo comunissimo. Culturalmente, invece, è diventata una parola carica di memoria, rapporti di potere e giudizi impliciti.

A volte basta aggiungere due lettere a una parola perché il significato non si limiti a ricominciare da capo. Quel “ri-” può contenere una domanda molto più scomoda: chi ha deciso che bisogna cambiare?



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